La nostrastoria
Via San Nicolò, 25.
Un numero civico che vale più di quello che sembra. Siamo qui dal 1875, e in tutto questo tempo abbiamo fatto una cosa sola: restare. Il resto è venuto da sé.

L'edificio era già lì dal 1875, progettato dall'architetto Giovanni Righetti su un suolo che prima apparteneva a famiglie israelitiche, costruito con quella compostezza austera che si riconosce ancora oggi: quattro piani, finestre ampie agli angoli, bifore sui balconi sormontate da medaglioni con figure ritratte di profilo, come testimoni silenziosi affacciati sulla strada. Da allora il nome non è più cambiato. Due guerre, Trieste che è diventata italiana, un secolo intero. Il Continentale è rimasto sempre qui.

Tra queste mura è nato il Consommé Italia. Qui è stato ideato il Dolce Vittoria. Ma la storia più densa che Via San Nicolò custodisce è quella letteraria: questa è la via dove la letteratura moderna ha trovato linfa, silenzio e caffè caldi. James Joyce arrivò a Trieste nel 1904 con la sua compagna Nora e pochi soldi in tasca, cercando lavoro alla Berlitz School. Trovò una città di confine, mobile, che non apparteneva a una sola lingua, perfetta per chi voleva sparire e scrivere. Proprio qui, davanti all'Hotel Continentale, maturò parti di quello che sarebbe diventato Ulisse.
Alla Berlitz School incontrò Italo Svevo, allora ancora Aron Hector Schmitz, dirigente d'azienda con due romanzi ignorati dalla critica e una passione per la narrativa che stava quasi abbandonando. Fu Joyce a restituirgli la fiducia. Svevo trovò in quella città borghese, ironica e mitteleuropea il contesto perfetto per La coscienza di Zeno, il suo capolavoro.
Umberto Saba, nato nel 1883 nel ghetto ebraico di Trieste, non arrivò da fuori: era di qui, e si vedeva. Aprì la sua Libreria Antiquaria proprio davanti a noi, la frequentò ogni giorno per tutta la vita, insieme al Caffè Tommaseo e al Caffè Latteria da Walter. Trieste per lui non era uno sfondo. Era la materia stessa del suo Canzoniere.
Il poeta e l'amante
La storia più romanzesca, però, è quella che comincia proprio qui dentro al Continentale. Era il 7 luglio del 1878 quando Giosuè Carducci arrivò a Trieste in incognito strettissimo, dopo un fitto scambio di lettere segreto, con la sua musa Lina, al secolo Carolina Cristofori in Piva, madre di tre figli e moglie di un funzionario di Rovigo. L'hotel si chiamava ancora Al Buon Pastore, e per una coppia clandestina andava più che bene. Il giorno dopo il loro arrivo, un giornalista dell'Indipendente li scoprì. La notizia si sparse in un baleno. Addio all'anonimato: Carducci si ritrovò a visitare Miramare, San Giusto e Capodistria seguito da folle festanti e curiose, con due accompagnatori locali che facevano del loro meglio per fare da scudo. Partì l'11 luglio tra un coro di arrivederci. Non tornò mai più. Evidentemente, la notorietà non cercata non era tra le cose che gradiva.

