Trieste Letteraria

Trieste sembra avere nella sua indole una forza attrattrice, quasi magnetica, che trattiene da sempre personalità sensibili e avanguardiste. Le mette davanti al mare. Le costringe a guardarsi dentro. Qui la letteratura non è un capitolo del passato: è una presenza che cammina ancora per strada, si siede ai tavolini dei caffè, entra nelle librerie. Via San Nicolò ne è la prova. L'Hotel Continentale è lì da oltre un secolo, e in tutto questo tempo ha visto passare poeti in fuga, scrittori in cerca di sé, amori clandestini che speravano nell'anonimato.

Carducci e l'amore impossibile

Una delle storie più inattese legate al nostro hotel nasce quando il Continentale si chiamava ancora Al Buon Pastore. È il 7 luglio 1878 quando Giosuè Carducci arriva a Trieste in gran segreto, dopo settimane di lettere fitte e clandestine, accompagnato da Lina, nome d’affetto di Carolina Cristofori Piva.

Lei è sposata, madre di tre figli, lui il poeta più osservato d’Italia. Trieste avrebbe dovuto essere rifugio e parentesi, uno spazio discreto dove sottrarsi agli sguardi. Ma il giorno seguente un cronista dell’Indipendente li riconosce, e il segreto dura quanto una mattina d’estate.

Da quel momento la città si accende di curiosità. Carducci visita Miramare, San Giusto e Capodistria seguito da ammiratori, saluti improvvisati e presenze sempre più numerose. Al suo fianco, a fargli da guida, anche due nomi illustri della Trieste di allora: Hortis e Caprin.

Riparte l’11 luglio, tra applausi e richiami dalla folla. Non tornerà più. Dovrà averla trovata bella, Trieste, certo, ma un po' troppo salottiera.

Joyce e l'esilio che diventa casa

Quando James Joyce arrivò a Trieste nel 1904, cercava soprattutto un lavoro. Portava con sé Nora, pochi soldi e l’idea ancora incerta di insegnare inglese alla Berlitz School. Trovò invece molto di più: una città capace di assomigliargli.

Trieste, allora, era un confine in movimento. Un luogo fatto di lingue che si intrecciavano, identità mobili, commerci, passaggi continui. Non apparteneva del tutto a nessuno e proprio per questo accoglieva molti. Per Joyce fu terreno fertile: abbastanza complessa da stimolarlo, abbastanza libera da lasciarlo essere.

Insegnò inglese, prima alla Berlitz e poi alla Scuola Revoltella. Collaborò con Il Piccolo. Camminò, osservò, ascoltò. Frequentò teatri, cinema, strade portuali e soprattutto i caffè dove idee ancora informi iniziarono a prendere struttura. Anche nei dintorni dell’Hotel Continentale, tra tavoli e taccuini, maturarono pagine di ciò che sarebbe diventato Ulisse.

Trieste gli offrì due lussi rari: anonimato e libertà. Qui poté lavorare senza essere interrotto dal rumore del mondo. Qui poté cambiare forma.

Quando se ne andò, lasciò scritto: “La mia anima è a Trieste.” La città, da parte sua, non dimenticò: gli dedicò una statua, un museo, e quel genere di memoria che continua a camminare per strada. Oltre al famoso 16 giugno, il Bloomsday, che ogni anno viene celebrato anche qui, con eventi itineranti. Per noi, nuovi Ulisse di oggi.

Svevo e l'ironia dell'anima

Alla Berlitz School, Joyce incontrò un allievo che sarebbe diventato il suo più caro amico triestino: Aron Hector Schmitz, che il mondo conosce come Italo Svevo. Nato nel 1861 in una famiglia borghese ebraica, Svevo aveva trascorso quasi un ventennio nella filiale triestina di una banca viennese, coltivando di nascosto la sua vera passione. Aveva già pubblicato due romanzi, Una vita e Senilità, accolti con indifferenza dalla critica. Aveva quasi smesso di credere in sé stesso.

Fu Joyce a restituirgli la fiducia. L'autore irlandese lesse i suoi testi, lo incoraggiò, lo spinse a continuare. Svevo ricambiò aiutandolo a ottenere l'incarico alla Scuola Revoltella. Nel frattempo, il lavoro lo portava altrove: era diventato un dirigente nell'azienda di vernici della famiglia di sua moglie Livia Veneziani, viaggiava spesso all'estero, viveva quella doppia vita tra commercio e letteratura che Trieste sembrava imporre ai suoi intellettuali. La coscienza di Zeno, il suo capolavoro, è figlio di questa tensione, oltre che della scoperta della psicoanalisi freudiana. Uscì nel 1923, e stavolta il mondo lo ascoltò. Morì nel 1928, finalmente riconosciuto. Trieste lo ricorda con una statua e un museo.

Saba e la città intima

Il più triestino di tutti, però, è Umberto Saba. Nato nel 1883 nel ghetto ebraico della città, Trieste non la guardò mai da fuori come Joyce, né la abitò con la doppiezza di Svevo. La riconobbe. La amò con una devozione quasi domestica, nei quartieri popolari, nei porti, nelle ombre del pomeriggio.

La sua vita fu segnata fin dall'inizio da una frattura: sua madre lo affidò nei primissimi anni a una balia slovena cattolica, e quella separazione precoce lasciò una traccia che ritorna in quasi tutto quello che scrisse. Dopo gli studi a Pisa e alcuni anni di vita errabonda, nel 1919 aprì la sua Libreria Antiquaria, che divenne la sua occupazione per tutta la vita adulta, insieme alla scrittura. Frequentava quotidianamente il Caffè Latteria da Walter, di fronte alla libreria, e il Caffè Tommaseo, che cita nei suoi scritti con il vecchio nome di Caffè dei Negozianti. Nel 1921 uscì la prima versione del suo Canzoniere, la raccolta di tutta la sua produzione poetica, su cui continuò a lavorare per il resto della vita. Il primo manoscritto, il Canzoniere del 1919, è conservato alla Biblioteca Civica di Trieste.

La sua libreria è ancora lì. Piccola, densa di carta e silenzio, proprio davanti al dehors dell'Hotel Continentale. Entrarci è come attraversare una soglia sottile. Non si va a comprare un libro. Si va a capire cosa voleva dire Saba quando scriveva di questa città.

Soggiornare al Continentale significa abitare, anche solo per qualche notte, lo stesso tratto di strada che queste storie hanno attraversato. La via è rimasta. I caffè esistono ancora. E Trieste, come sempre, non ha fretta di spiegarsi.
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