La nostrastoria

Via Dante, angolo Via San Nicolò. Alzi gli occhi e non riesci a smettere di guardarlo. Bianco, esuberante, con quella decorazione floreale che si arrampica sulla facciata come se qualcuno, a un certo punto, non riuscisse più a smettere.

Lo progettò Romeo Depaoli nel 1906 per Augusto Terni, imprenditore triestino con le idee chiare e i soldi per realizzarle. Il Liberty era il linguaggio del momento e Depaoli lo spinse fino in fondo: fregi vegetali, medaglioni, statue, balaustre in ferro e, in cima agli angoli, piccole cupole ispirate all'architettura indiana che ancora oggi sorprendono chi alza lo sguardo al momento giusto. La struttura era avanzata per l'epoca: pilastri in ferro, solai metallici, e un ascensore previsto fin dall'inizio. Depaoli sapeva quello che faceva. La storia del palazzo porta con sé qualche ombra romantica: il committente Terni si tolse la vita per motivi sentimentali, Depaoli morì giovane di malattia. Il palazzo resistette a entrambi, come fanno i posti di carattere.

Un'unità composita

Il Palazzo Terni-Dei Rossi è percepito come un'unità, ma è in realtà composto da tre edifici distinti, con la parte centrale leggermente rientrante rispetto alle laterali. Il continuo alternarsi di corpi rientranti e sporgenti, colonnine e terrazzini, lesene e paraste crea un gioco di chiaroscuri che anima la facciata. È uno di quei palazzi che cambiano a seconda dell'ora del giorno: al mattino, quando la luce è ancora bassa, le decorazioni proiettano ombre lunghe sulla pietra bianca. Nel pomeriggio, tutto si appiattisce in un bagliore uniforme. Al tramonto, ogni dettaglio torna a respirare.

Con la progettazione di Casa Terni-Smolars, Depaoli palesò la sua piena autonomia espressiva. La decorazione esuberante, in alcuni momenti quasi di marca eclettica, si impose sulla superficie degli edifici, i quali assumono un aspetto quasi scenografico. Le sculture sulla facciata principale, tratto distintivo del palazzo, sono opera di Paolo Rathmann, lo stesso scultore con cui Depaoli avrebbe collaborato due anni dopo per Casa Polacco, in Corso Italia. Il gioco tra i tre blocchi di dimensioni e stile diversi, con corpi rientranti e sporgenti, crea un magnifico effetto di chiaroscuro che a Trieste, città abituata all'austerità mitteleuropea, doveva sembrare quasi una provocazione. Una provocazione elegante, però. Una di quelle che stuzzicano, invece di stancare.

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